4.In pendenza

La Torre di Pisa troneggiava con la sua pendenza su tutta la piazza del Duomo. Sull’erba una ventina di persone erano in posa con le mani alzate a fare finta di sorreggerla. Travis camminava sul marciapiede che costeggia il parco, l’aria era pulita e non c’era traccia di volti sospetti. Dalla tasca dei jeans partì Who let the dogs out a tutto volume. Travis infilò la mano in tasca ed estrasse il cellulare, sul display lampeggiava la scritta “Mister J.”.

Click.

«Pronto?»

«Ehi, Travis, come te la passi?»

La voce di Jean era allegra come al solito.

«Una noia mortale, qui in città non c’è niente da fare.»

«Ma dai, sei in Italia, almeno il cibo è buono? L’hai provata la pizza napoletana?»

«Sono a Pisa, Jean, non a Napoli.»

«E cosa c’è di buono da mangiare lì?»

«Che ne so. Lo zio ha provato a rifilarmi una roba che chiamano “pappa al pomodoro”, uno schifo.»

«Pappa al… e che è?»

«Hai presente quello che il nonno dava alle galline? Eh, più o meno la stessa roba.»

Una coppietta passò accanto a Travis. Si tenevano per mano, entrambi avevano addosso lo stesso profumo di arancio. Travis storse il naso.

«Mi stai dicendo che non trovi nulla di buono da mangiare in Italia

«Ieri sera mi sono preso un kebab, non era male.»

«Mi prendi in giro?»

«Senti, non so la lingua, non posso andare al bar a chiedere cos’hanno di buono qui.»

«Non avevi un cugino che sapeva il francese lì?»

«Marco, sì, ma è fisso a studiare. Lo hanno mandato in una scuola che chiamano “La Normale”, non ho capito bene. A quanto pare è difficile.»

«Da loro sono difficili pure le scuole normali? Si prendono sul serio gli italiani.»

Travis superò la piazza del duomo e si infilò in una via laterale. Un uomo con dei pezzi di spago colorati in mano gli si avvicinò dicendogli qualcosa in italiano. Travis deviò di mezzo metro più in là per evitarlo. L’uomo continuò a chiamarlo dicendogli chissà cosa per qualche secondo. Superò un gruppetto di persone e proseguì. La via era costeggiata da piccoli negozietti di souvenir.

«Ehi Travis, tutto a posto?»

«Sì, sì, un ambulante o qualcosa del genere. Piuttosto, come vanno le cose lì? Mi sembra di essere partito una vita fa.»

«È solo un mese. A proposito, come va la spalla?»

«Guarita. Più o meno. Quando muovo il braccio verso l’alto fa ancora male.»

«Considerando cosa ti hanno estratto da lì sei fortunato ad avercela ancora, la spalla.»

«I cacciatori si sono rifatti vivi?»

«No, non ancora. Però abbiamo interrotto tutte le battute di caccia.»

Tre bambini tagliarono la strada a Travis correndo col gelato in mano. L’odore di menta, fragola e cioccolato invase l’aria.

«Senti, Jean…»

«Dimmi.»

Travis superò il gelataio ambulante. Un bambino gli stava indicando i gusti battendo il ditino sul vetro.

«Ti ho mai ringraziato per avermi salvato la pelliccia?»

«In effetto no.»

«Beh, grazie.»

«Figurati. A proposito di quella notte…»

«Cosa c’è?»

«Non credo che ci abbiano trovati a causa tua.»

Travis si fermò.

«Cosa intendi dire?»

«Ho parlato con Reinar il giorno dopo, a scuola. Ha chiesto di te, diceva che ti doveva un favore. All’inizio credevo fosse una trappola per cercarti e finire il lavoro, ma quando ieri la prof ha annunciato il tuo trasferimento era sorpreso. Intendo sorpreso davvero, ne ho sentito l’odore.»

«Sei sicuro?»

«Sai meglio di me che non si può fingere con l’odore. Te lo assicuro, non se lo aspettava. Se fosse stato lui a mandare i cacciatori da te avrebbe dovuto aspettarselo, no?»

«Già. Avrebbe dovuto.»

Tra i due cadde il silenzio. L’orecchio premuto dal cellulare scottava, Travis si passò il dispositivo da una mano all’altra e riprese a camminare. Una brezza si trascinò dietro un odore metallico.

«Senti, ma hanno detto solo ieri che mi sono trasferito?»

«Tua madre ha preferito aspettare fino all’ultimo, per sicurezza.»

«Tipico suo. E senza caccia come sta andando lì?»

«I mangiaombre sono tornati, più insistenti. Un paio sono stati visti al confine del paese, ma sono stupidi e sono morti sotto il primo lampione.»

«Gli umani li hanno visti?»

«Alcuni di loro sì, ma erano tutti sbronzi e non hanno capito cosa stavano guardando.»

L’odore metallico si fece più intenso. Il vento cambiò direzione portando un’aria più pulita.

«Mi manca lì. Qui in città è tutto così caotico e… odoroso. Ci sono macchine ovunque, fuori dal centro non riesco a respirare.»

«Abituati amico, rimarrai lì ancora per un bel po’.»

Travis emise un lungo sospiro. Jean aveva ragione, sua madre non gli avrebbe permesso di tornare molto presto, neanche se Jean avesse dimostrato che Reinar non c’entrava davvero nulla con quanto successo.

«Senti, qualsiasi cosa accada fai attenzione e non andare mai a caccia da solo. Ermil è ancora lì o è già partito per seguire le migrazioni dei gatti lunari?»

«Niente migrazioni quest’anno, visto quanto è successo siamo in stato di allerta. Nessuno nel branco è autorizzato ad andare via.»

«Decisione di mia madre?»

«Decisione di tua madre.»

Dall’altro capo del telefono proruppe una risatina. Travis sbuffò e si lanciò un’occhiata attorno. La strada era deserta, eppure nell’aria era presente un fine odore di umani.

«Beh, meglio così. Vedi di non fare cavolate mentre non ci sono.»

«Tipo? Cosa avrei fatto?»

«Tipo farsi mangiare da un’ombra. Non l’ho dimenticato, sai? La prossima volta ti lascio lì.»

«Stavo solo giocando.»

«Seh, certo.»

L’odore di umani scomparve. Travis si infilò in un vicolo più stretto che si reimmetteva su uno dei viali principali. A qualche metro di distanza decine di persone andavano frenetiche avanti e indietro per la strada. Il vento colpì Travis alle spalle, spingendolo verso il viale. Odore di polvere da sparo.

«Senti, Jean.»

«Dimmi.»

«Avete svolto indagini sui genitori di Reinar in questi mesi?»

«Ovvio. Sono cacciatori, come pensavi. Sono abbastanza goffi, però, la loro attività in paese è sempre chiusa. Chi terrebbe mai il negozio sempre chiuso?»

«E sono ancora lì?»

«Sì, li ho visti io ieri. Sembrano un po’ tonti, in realtà. Uno aveva la pistola che gli sporgeva dalla cintura, alla vecchia Mary per poco non veniva un infarto vedendola.»

«E pensare che in Francia è pure legale portarsele dietro quelle schifezze.»

«Già. Ma perché lo chiedi?.»

Travis guardò dietro di sé da sopra la spalla. Due uomini in impermeabile nero lo stavano seguendo. Si portavano dietro un odore di ferro e sporcizia.

«Perché credevo fossero loro che mi seguivano, ma pare che mi sbagliassi.»

«Travis? Ti stanno seguendo?»

Travis si staccò il cellulare dall’orecchio.

«Travis? Travis?! Ehi!»

Click.

Entrambi gli uomini erano rasati a zero persino nelle sopracciglia. Uno dei due aveva la mascella squadrata e grossi baffi neri, l’altro gli arrivava appena alla spalla, era completamente glabro e aveva il volto smunto come se non mangiasse da mesi.

«Okay.» Travis sollevò entrambe le mani in segno di resa. «Possiamo fare tregua per cinque minuti prima che mi spariate di nuovo?»



Categorie:Dopo la luna piena

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